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Fonni - Cuore di Sardegna:
dove dormono i giganti e si nascondono le fate

Una terra famosa per l’inviolabilità e lo splendore delle sue montagne che, fra boschi secolari, ospitano le più svariate specie di flora e fauna e che nell’entroterra si ergono maestose a proteggere un ambiente incontaminato tutto da scoprire e da vivere fino in fondo, alla ricerca di un patrimonio culturale che ha origini antichissime. Infatti, la lunga storia sarda è caratterizzata dalle dominazioni e dalle influenze più varie succedutesi in un arco di tempo che va dal preistorico al punico-romano, passando per il paleocristiano e il romanico per arrivare fino al gotico-spagnolo, in un affascinante susseguirsi di presenze fra le quali quelle di cartaginesi, romani, vandali, bizantini, pisani, genovesi e spagnoli. Una storia alla quale hanno assistito proprio quelle montagne che, così piene di vita e di mistero, sono li da circa 500 milioni di anni.

Nuraghe Donnoro - Fonni - Sardegna

Nuraghe località Dronnoro - Barbagia - Sardegna

E così, in questo luogo quasi magico si possono rivivere momenti come l’epoca nuragica, che qui è ancora presente con i suoi monumenti megalitici, i famosi nuraghi, risalenti al 2000 a.C che sembrano voler custodire segreti millenari. Se ne possono contare circa 7000 in superficie dislocati in tutto il territorio, mentre tanti altri ancora devono riaffiorare da quella terra che li ha protetti per millenni.

E basti pensare che questi rappresentano, solamente uno dei tanti aspetti del ricco e affascinante complesso archeologico che l’isola offre per capire perché viene definita come un museo a cielo aperto fra i più grandi del mondo. Una terra, fra le più antiche d’Europa, abitata dall’uomo già nel paleolitico inferiore (120.000 a.C.) e quindi ricca di storia e di cultura che, a braccia aperte, aspetta il visitatore desideroso, magari, di fare un viaggio nel tempo ripercorrendo le orme di popoli del passato.

E così, soprattutto nell’entroterra, dove si concentra il maggior numero di monumenti, quel patrimonio archeologico incastonato in un paesaggio incontaminato, a cui fanno da scenario fra gli altri, tassi, querce e agrifogli secolari, aspetta di essere conosciuto in tutto il suo fascino coinvolgente, poiché, proprio quest’angolo di paradiso inviolato offre riparo ad un’eredità lasciata da civiltà lontane come quella nuragica, ancora viva da circa 4000 anni oltre che con le sue ‘torri’-nuraghe anche con le fonti e pozzi sacri, i tempietti, le tombe dei giganti e le domus de janas.

 

Domu de janas sotto roverella secolare

Domu de janas sotto roverella secolare
località Santu Micheli Urrui - Fonni - Barbagia

L’imponenza di tali sepolture e monumenti ha da sempre colpito la fantasia popolare e nel tempo, soprattutto quando ancora non se ne conoscevano le funzioni, sono nate numerose credenze sulla loro origine. In particolare la leggenda attribuisce l’esistenza di alcuni di essi alla presenza di esseri fantastici che avrebbero popolato l’isola e, ancora oggi, si possono ascoltare racconti sulle piccole fate che abitarono le domus de janas.

Si narra che queste uscissero solo in assenza di luce, in quelle notti senza luna, per andare a pregare presso i templi nuragici. Si occupavano di tessere e preparare preziose stoffe e custodivano un tesoro fatto di oro, perle e diamanti. Nelle notti silenziose accompagnavano il loro lavoro intonando bellissimi canti i quali, diffondendosi, davano conforto ai viandanti solitari che percorrevano lunghe distese disabitate. Gli anziani dei paesi erano soliti parlare ai bambini della presenza di un tesoro custodito dalle fate nelle loro ‘casette’ma si pensava ci fossero anche degli esseri malvagi ad impedire che questo venisse rubato, pertanto nessuno osava andare alla ricerca del tesoro delle janas!

In realtà si tratta di tombe ipogee di epoca pre-nuragica scavate nella roccia circa 5-6000 anni fa e destinate alla sepoltura, ma la cultura popolare del passato, le denomino’ domus de janas, che in dialetto sardo significa letteralmente case delle fate. Le loro ridotte dimensioni, infatti, portarono a pensare che potessero essere abitate solo da esseri minuscoli come le piccole fate.

 

Così, allo stesso modo, si pensava che le tombe dei giganti, date le loro dimensioni, fossero un tempo sepolcro proprio di giganti che in passato avrebbero vissuto nell’isola, anche se, in realtà si tratta di tombe collettive risalenti all’età del bronzo (1800 a.C. ca.) edificate in particolar modo per uomini distintisi in vita per gesta eroiche, ma anche per fungere da punto di collegamento fra i vivi e i morti.

Tomba dei Giganti - località Madau - Fonni - Barbagia

Tomba dei Giganti - località Madau - Fonni - Barbagia

E lì nel cuore di Sardegna, chiamato Barbagia, in mezzo a quelle montagne dove riposano i giganti e si nascondono le fate, in quello scenario intatto, in quel pezzo di terra del silenzio, così definita per i suoi vasti territori disabitati, se ci fermiamo ad ascoltare quella natura che ha così tanto da offrirci, possiamo fare strani incontri: forse ci passerà accanto un muflone, incuriosito dalla nostra presenza, oppure, fra il verde di un bosco potremo scorgere un cervo sardo o un daino, o magari scrutando in alto nel cielo avvistare alcune fra le specie più rare di uccelli, come la maestosa aquila reale, con le sue ali lunghe più di due metri che insieme al grifone abita le montagne più alte e inaccessibili.

Potremo perfino vedere una poiana o, quando cala la notte, trovarci davanti una civetta o un barbagianni, e ancora nelle distese di macchia-foresta ravvisare un cinghiale o una volpe che si aggirano fra quei boschi di sughere, lecci, agrifogli secolari e tassi millenari. Uno scenario straordinario e mai uguale fatto di rocce, canyon, pascoli, vallate, corsi d’acqua che modellano la roccia formando splendide gole, ma anche di foreste quasi impenetrabili, di rilievi e di vette come ‘Punta la Mamora’, con i suoi 1834 m., dalla quale lo sguardo può spaziare a 360° per giungere su tutte le coste sarde.

 

Ape su Digitale

Ape su Digitale

Così fra quelle cime si può ammirare la scenografia di un paesaggio che, dopo essersi svegliato dal letargo invernale e magari spogliatosi del suo manto nevoso, con l’arrivo della primavera è all’apice del suo splendore in un arcobaleno di colori che vanno dal giallo al rosa e al viola per combinarsi con le varie sfumature del verde, pronto ad ospitare una macchia mediterranea con diverse particolarità, una gran varietà di piante officinali nonché preziosi endemismi come la rosa peonia e la genziana lutea.

Qui l’uomo convive nel totale rispetto di quella natura inviolata ed inviolabile, con una sorta di timore reverenziale nei confronti della terra madre dispensatrice di cosi’ tante bellezze e in un equilibrio pressoché inalterato nel tempo continua ad entrare in contatto con essa nel pieno rispetto, poiché, il progresso e la tecnologia, non hanno avuto il coraggio di intaccare tutto il territorio.

E così, antichissime pratiche artigianali e attività centenarie come la pastorizia, tra le principali della regione, vengono spesso eseguite mantenendo le tradizioni ereditate dal passato, come la tipica mungitura a mano. Il fascino della Sardegna, quindi, risiede anche in quell’eccezionale mix tra vecchio e nuovo, poiché, aspetti del passato vengono mantenuti e convivono con ciò che è attuale.

 

Murales paese di Fonni, Gennargentu

Murales paese di Fonni, Gennargentu
scene di vita agro-pastorale

E’ sufficiente spostarsi in quei territori disabitati e incontaminati, molto vasti data la bassa densità di popolazione, per scoprire che il tempo si è fermato e per trovare le testimonianze di civiltà passate che la percorsero per colonizzarla, tracce che neanche lo scorrere dei millenni ha cancellato.

Fu proprio per sfuggire ai tentativi di dominio da parte di varie popolazioni che una parte degli abitanti si ritirò nell’entroterra custodendo gelosamente i propri usi e costumi e preservando in questo modo tradizioni e una lingua sarda che qui si è mantenuta pressoché pura.

Nessuno, neppure i romani riuscirono a conquistarla e così la chiamarono ‘terra di barbari’, appellativo dal quale deriva l’attuale nome Barbagia. Ed è stato grazie a quest’inviolabilità che si son potuti preservare nel tempo luoghi e paesaggi ma soprattutto le tradizioni locali, ognuna nelle sue singolarità.

Si tratta, infatti, di una regione che vanta una lunghissima tradizione folkloristica, un folklore che sa di attuale e antico allo stesso tempo e ancora oggi è possibile, in occasione di feste e sagre popolari, rivivere la magica atmosfera caratteristica delle civiltà paleocristiane, nelle quali si può ammirare la singolarità dei costumi multicolore indossati dagli abitanti in tutta la loro fierezza e magari ascoltare i canti popolari polifonici o le voci dei tenores che parlano di una terra dalla storia millenaria desiderosa di regalare emozioni a chiunque voglia scoprirla fino al cuore, proprio li’ dove, chissà, forse ancora, dormono i giganti e si nascondono le fate.

 

A cura di Delia Cualbu. Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione anche parziale del presente testo.